Come rimanere umani in un mondo dove siamo sempre connessi

di | 31 Dicembre 2019

Siamo ormai giunti agli sgoccioli dell’anno 2019, che non solo segna la fine di un altro anno solare, ma anche quella di un decennio. 

In questi ultimi dieci anni abbiamo assistito a tanti cambiamenti, ma uno in particolare, riflettendo e tirando un po’ le somme, mi ha colpito più di tutti: 

Siamo connessi, sempre e ovunque.

Oggi ci chiedono ancora più spesso di essere veloci, sempre sul pezzo! Nell’apprendere, nel decidere, nel saper cosa fare. 

In fin dei conti siamo esseri umani, abbiamo i nostri tempi, e i nostri DESIDERI. Il tempo è sempre più scarso, e cerchiamo in tutti i modi di trovarne di più. Tanto da non usare neanche più bene il nostro intelletto.

Se ci pensi bene non riusciamo a fare più i conti senza l’uso della calcolatrice. Molti non si ricordano più le tabelline a memoria. Questo perché siamo convinti che la tecnologia farà tutto per noi, velocemente ed in modo preciso. E questo ci farà recuperare del tempo. 

Ma se si semina un pomodoro, c’è un intervallo biologico preciso e necessario perché diventi una pianta. Mentre la tecnologia continuerà a svilupparsi velocemente, cambiando continuamente la velocità in cui noi dovremo apprendere o decidere.

Il nostro cervello farà fatica a stargli dietro, ad essere sempre connessi.

sempre connessi

Mi piace spesso ricordare le storie di mio padre di quando era piccolo. A quell’epoca non c’erano i computer, era già tanto che lui e i suoi amici avessero un pallone, ovvero lo sport com’era concepito una volta: competitivo, deludente ma che fa bene allo spirito. 

Quando mi racconta che nella piazza del paese non c’era l’asfalto e passava una macchina ogni due ore, non riesco neanche ad immaginarlo, anzi sembra fantascienza. Pensando al traffico che invade le nostre strade al giorno d’oggi, non mi passa nemmeno il minimo pensiero di far giocare i bambini in mezzo alla strada. 

Ma l’episodio che mi rimane più impresso dei racconti di mio padre, è di quando lui e i suoi amici dovevano formare le squadre per giocare a calcetto. Il miglior giocatore chiamava sempre quelli più bravi a formare la sua squadra. Qualche volta gli è capitato di essere il primo scelto tra i suoi compagni e si chiedeva: “Perché?” 

Poi riflettendo capiva che era una selezione naturale, anche se fisicamente era inferiore agli altri. Mi diceva che la sua arma segreta era usare la testa per superare gli avversari, inventando cose che gli altri non si aspettavano.

Mi ha insegnato a giocare sempre in modo sano e leale.

Anche se mi ha raccontato che solo una volta è stato espulso per aver difeso a pugni un compagno. 

Cosa significa tutto questo? Significa che quando davanti a noi siede una persona, dev’essere leale e corretta. Non serve avere il camice per dimostrare autorità.

Bisogna usare il proprio cervello per fare la cosa migliore, forse sbaglierai, e magari imparerai anche qualcosa.

Sono utili tutti gli algoritmi del caso, ma quello che vale sei tu! Quello che trasmetti, quello che segnali anche con il non verbale, in un mondo che ci condiziona fatto di multinazionali, centri commerciali e paesi finti.

Per una persona che ha bisogno del nostro aiuto per ritornare a sentire meglio, trovare persone vere, sincere e leali, come cerchiamo di far noi, non ha prezzo.
E fa la differenza. 

In questo mondo che ci vuole sempre più veloci, e sempre connessi, abbiamo bisogno di persone umane per aiutare i nostri pazienti in un percorso di riabilitazione mirato a sentire meglio le parole.

Semina quella pianta ed aspetta i suoi frutti.

A presto, 

dott. Francesco Pontoni

Autore del libro “Non sei sordo!”

2 pensieri su “Come rimanere umani in un mondo dove siamo sempre connessi

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